Cunicoli, cripte e condotti sotterranei a Caltanissetta – di Daniela Vullo

Un argomento che da sempre affascina i nisseni è quello inerente l’ipotetica esistenza di misteriose gallerie sotterranee che attraversano la città collegando tra di loro chiese, conventi e palazzi nobiliari.
Tutte le volte che mi trovo a parlare di storia di Caltanissetta, qualunque sia l’argomento che sto trattando alla fine del mio discorso c’è sempre qualcuno che mi chiede: ma i cunicoli?
In questa sede tratterò l’argomento soffermandomi principalmente sulle esperienze dirette acquisite nei circa 25 anni di lavoro alla Soprintendenza.
Tra le carte dell’Ispettorato Regio ai Monumenti ho ritrovato una lettera del 1880 inviata dall’Ispettore Ingegnere Pappalardo, indirizzata al Sindaco di Caltanissetta, nella quale riferisce di un condotto sotterraneo rinvenuto, occasionalmente, mentre si effettuavano alcuni scavi per la realizzazione della stradella d’accesso al Cimitero.
Trattasi di un condotto per l’intera sezione scavato nella viva roccia e con dimensioni tali da riuscire praticabile, alte le pareti a piombo, la copertura a volta sagomata nella stessa roccia e lo sviluppo planimetrico in curva.
Pappalardo evidenzia che il ritrovamento ha prodotto panico nei passanti e nessuno ha osato penetrarvi; successivamente, con l’ausilio di alcuni operai l’ingegnere procede con l’esplorazione della galleria che percorre per circa dieci metri (purtroppo non ci dice in quale direzione) accertandosi che il condotto presenta pareti verticali, copertura voltata, altezza media di ml.1,80 circa e larghezza di ml.1,30. Inspiegabilmente dopo tanto entusiasmo Pappalardo decide, per motivi di sicurezza, di far chiudere il condotto e, dopo di lui, nessuno ha mai individuato la galleria.
È facile in questo caso pensare ad un passaggio segreto che consentiva la fuga, in caso di pericolo, dal Castello di Pietrarossa, analogamente a quanto tramandato dagli storici locali sull’esistenza di una galleria sotterranea, chiamata ‘u trabuccu, che si dipartiva dalle carceri del palazzo Moncada e serviva al principe per fare sparire personaggi a lui poco graditi. Sorvoliamo sul fatto che nessuno dei principi Moncada abitò mai questo palazzo tuttavia, durante alcuni lavori nel palazzo, dal lato occupato dal teatro Beauffremont, ho avuto modo di vedere alcuni cunicoli ben costruiti, con volta in pietra ma la cui bassa altezza ne consentiva la percorribilità solo carponi.
Per volontà dei Moncada tra la fine del XVI secolo e la seconda metà del XVII fu realizzata a Caltanissetta un’imponente opera di ingegneria idraulica, un acquedotto che convogliava le acque di una sorgente sita in c.da Bagno verso il centro cittadino, distribuendola attraverso un sistema di canalizzazioni che raggiungevano i principali luoghi della città dove erano posti degli abbeveratoi. Tutta la documentazione inerente la realizzazione dell’acquedotto si trova all’Archivio di Stato di Palermo, nel fondo Moncada, e dalla sua lettura apprendiamo che i condotti per la canalizzazione dell’acqua venivano realizzati da maestranze che avevano le loro botteghe allo Stazzone, rione del quartiere San Francesco, sito a valle del viale Amedeo, il cui toponimo ricorda chiaramente l’attività sopraddetta. Nel 1663 i “mastri delli catusi” Diego e Benedetto La Longa vennero incarcerati, accusati di avere prodotto catusi e canaloni difettosi; dopo quaranta giorni di carcere ricorsero al Principe che li graziò perché non erano i catusi malamente fatti, ma l’acqua non s’ha conzato per non esserci mastri sufficienti e pratici. E proprio a causa della mancanza in città di “esperti” nel settore, il principe Moncada incaricò il capomastro d’acqua di Palermo di sorvegliare sulla buona esecuzione dei lavori di costruzione dell’acquedotto nisseno.
Una piccola divagazione; con una lettera datata 1662 il principe di Campofranco, procuratore del Principe Moncada ringrazia i giurati della città per la decisione di far passare il corso dell’acqua sotto la galleria del palazzo di S.E. cioè all’incirca dove si trovano i cunicoli individuati sotto il teatro Beauffremont sopra citati.
Nel carteggio relativo all’acquedotto di contrada Bagno ho rinvenuto un documento nel quale viene descritto il percorso che segue l’acqua dalla sorgente fino a giungere in città. Alcuni anni fa, durante i lavori di restauro dell’ex convento benedettino di Santa Flavia, ebbi modo di vedere, nel cortile interno, grandi cisterne interrate, intonacate internamente e collegate tra loro, che potrebbero identificarsi con le vasche d’accumulo dell’acqua che, secondo il documento di cui sopra, erano collocate proprio in quella zona e dalle quali, attraversando il quartiere Santa Venera in direzione del collegio gesuitico, il prezioso liquido, canalizzato entro tubazioni in terracotta, confluiva nella fonte pubblica che si trovava nella piazza principale.
Ancora in tema di cunicoli, molti anni fa, un commerciante che aveva il proprio negozio nei pressi di piazza Marconi mi riferì che durante dei lavori di sistemazione del magazzino, che si trovava interrato rispetto alla quota stradale, trovò l’imbocco di una galleria ma, preoccupato dalle possibili conseguenze, ne fece murare subito l’ingresso.
Ed ancora nel cortile della scuola San Giusto, sotto il bastione che sorregge la collinetta un tempo denominata “isola tondo”, insistono due gallerie abbastanza alte e larghe da consentirne una comoda percorribilità, con diramazioni a pochi metri dall’ingresso, utilizzate durante l’ultima guerra come rifugio antiaereo ma che, credo, difficilmente siano sorte con questo scopo. La tecnica costruttiva, con voltine di mattoni molto ben realizzata, denota una certa antichità e le diramazioni, verso il centro storico, potrebbero, effettivamente, far pensare ad una possibile via di fuga dalla città, considerato che l’imbocco della galleria è molto vicino all’ingresso sud della città, dove fino al XVII secolo si trovava la porta dei cappuccini.
Fino ad ora abbiamo parlato di cunicoli ma anche le cripte abbondano nella nostra città. È noto che antecedentemente alla istituzione dei cimiteri pubblici le sepolture avvenivano all’interno delle chiese, quasi tutte quelle di antica costruzione della nostra città ne avevano una.
È del 23 dicembre 1828 un verbale, ritrovato all’Archivio di Stato di Caltanissetta, relativo alla chiusura di tutte le sepolture esistenti nelle cripte cittadine. Queste, quasi sempre, venivano riempite interamente da materiale di risulta e l’imbocco murato; per tale ragione, nel giro di alcuni decenni, durante i quali quasi sempre la pavimentazione della chiesa veniva sostituita, delle antiche sepolture non rimaneva più traccia.
Io ho avuto modo di scavare, tra le altre, la cripta della chiesa di San Sebastiano, ritrovata integra, alla quale accenno brevemente.
Durante i lavori di restauro della chiesa, avendo ipotizzato che la cripta potesse essere collocata in posizione centrale rispetto all’aula, ho effettuato un saggio che ha messo in luce il primo gradino della scala che immetteva in un vano interrato, quest’ultimo completamente riempito con terriccio e materiale proveniente dalla demolizione dell’antico apparato decorativo del tempio. In realtà l’ambiente rinvenuto non è una sepoltura ma una camera sepolcrale utilizzata per l’essiccamento dei cadaveri.
Costituita da un vano quadrangolare presenta ai lati i colatoi dove il cadavere veniva posto ad asciugare; quest’ultimi sono sedili in muratura forati al centro, che presentano alla base una canaletta convergente verso un pozzo centrale nel quale si depositavano i resti organici provenienti dalla decomposizione del corpo umano. Una falda acquifera, posta sotto il pozzo, serviva a “lavare” via i resti ivi depositati. Successivamente le ossa venivano raccolte e depositate, a seconda dei casi, in una fossa comune o in sepolture dedicate in base al censo di appartenenza dei defunti.
Un altro caso particolare è quello che si è presentato quando durante i lavori di restauro dell’ex palazzo delle Poste in piazza Marconi, già convento di Sant’Antonino dei Frati Minori Riformati, quando fu rinvenuta, nel cortile interno, una cavità molto profonda, colma in gran parte di resti umani che, apparentemente, sembrava una cripta.
Dal verbale di chiusura delle cripte, sopra citato, apprendiamo che a Sant’Antonino c’erano diverse sepolture ma non si trattava di nessuna di queste.
Il convento dei frati riformati di Sant’Antonino, durante l’epidemia di colera che colpì la città nel 1837, fu adibito a ospedale dei colerosi e la cavità altro non era che un pozzo nel quale, in barba a tutte le leggi sanitarie dell’epoca che, per scongiurare il diffondersi dell’epidemia, prevedevano la sepoltura dei cadaveri infetti nel cimitero di contrada Tucarbo, furono seppellite decine di persone, uomini, donne e molti bambini. In realtà “seppelliti” è un termine inadeguato poiché dalla posizione in cui furono trovati i cadaveri si capì che gli stessi venivano scaraventati dentro, l’uno sopra l’altro, a volte con della rudimentali lettighe e vari strumenti sanitari, e che i defunti, quasi certamente, non erano ufficialmente registrati per cui il dato sanitario relativo ai morti di colera del tempo risulta falsato.
Potrei continuare con la descrizione degli altri ritrovamenti effettuati all’interno delle chiese cittadine durante questi lunghi anni di lavoro in Soprintendenza ma, per brevità, vi elencherò soltanto le altre cripte che ho avuto modo di vedere o scavare: Santa Flavia, San Calogero, Santa Maria degli Angeli, San Domenico ed in ultimo la cripta della chiesa della Grazia che, in atto, è interessata da lavori di restauro. Quest’ultima non è compresa nell’elenco delle cripte di cui abbiamo parlato precedentemente ma da documenti d’archivio seicenteschi si hanno notizie dell’esistenza di sepolture all’interno della chiesa. Al centro della navata centrale è stata rinvenuta una scala che si inoltra nel sottosuolo fino a raggiungere, un paio di metri sotto la quota del pavimento della chiesa , un vano voltato, adiacente al quale si trova un altro ambiente, di piccole dimensioni dove, probabilmente, si trovavano i colatoi. La cripta si presenta in cattive condizioni di conservazione, con la volta quasi interamente distrutta a causa del rifacimento della pavimentazione soprastante e il piano di calpestio è ricoperto da una notevole quantità di elementi lignei. Con i lavori di cui sopra si intende rendere visibile la sepoltura attraverso la collocazione di lastre vetrate a pavimento che permettano la lettura dello scavo effettuato.

P.S.

Esistono due romanzi ambientati a Caltanissetta che vedono il protagonista (Antonio La Mattina) costretto a percorrere i cunicoli della città. Si tratta di Biglietto di andata e ritorno e de Il codice Moncada. Entrambi di Salvatore Paci.

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